domenica 2 settembre 2007

Garibaldi è stato qui

L'unico che ebbe danni da tutta la faccenda, e non prebende e pensioni, che si sprecarono, fu il povero Paolo Azzarini. Il trasporto clandestino di Giuseppe Garibaldi e del capitano Leggero col suo peschereccio da Cala Martina, in quel di Scarlino, a Cavo nell'Elba e poi a Portovenere, gli costò 10 anni di esilio, "finché durò la dominazione lorenese, e solamente in contrabbando si avvicinò una volta a Capoliveri per imbarcare il vecchio padre ed il resto della sua famiglia, che dové trasportare sul suolo ospitale della Liguria".
In cambio ne ebbe uno di quei tanti bigliettini autografi di ringraziamento che il generale lasciava ai suoi benefattori, quando non aveva con sé denaro od oggetti personali (regalò una penna od anche, una volta, un fischietto) da lasciare in segno di stima. E' pur vero che la sua sola presenza 'santificava' i luoghi dove era stato ospite: come reliquie furono conservati ad es. il sigaro che non fumò a Palazzo Guelfi, nella piana di Scarlino, o il bicchiere in cui bevve ed il pentolino dove gli furono cotte le uova dalla Giuseppa Bonfante, poco fuori Poggibonsi.
La fuga di Garibaldi, con la caduta della Repubblica di Roma, fu lunga e rocambolesca: uscito dalla città il 2 Luglio con 3000 uomini, pensò prima di dirigersi al nord, facendo comunque sbandare gran parte del suo esercito, per dirigersi poi a Cesenatico con soli duecento dei suoi, con cui tentò, via mare, di arrivare a Venezia; ma il mare era pattugliato dalla flotta austriaca e dovette riparare a terra: nella fattoria "Le Mandriole" il 4 Agosto gli morì la compagna Anita, incinta di sei mesi.
Attraversò poi l'Appennino col fido capitano Leggero, perdendosi durante un temporale, ritrovandosi nei monti della Calvana per arrivare al Molino di Cerbaia il 26 Agosto.
In vettura poi si diresse verso la
Maremma, meno sorvegliata dalla 'sbirraglia lorenese' anche per la presenza della malaria, facendo tappa a Poggibonsi a casa della Bonfante; cambiando cavalli a Colle di Val d'Elsa, poi verso Saline di Volterra e Pomarance, per arrivare a Bagno a Morbo alle 11 di sera, percorrendo, in un sol giorno, una bella parte di Toscana, sempre aiutato da patrioti fidati e disposti a tutto per dargli una mano.
Da Bagno a Morbo Girolamo Martini trovò con difficoltà modo di far accompagnare i fuggitivi: su consiglio di Michele Bicocchi furono rintracciati Cammillo Serafini di San Dalmazio, che li avrebbe ospitati a casa sua, e Angiolo Guelfi di Scarlino che li avrebbe aiutati ad arrivare in Maremma.
A
Casa Serafini si fermarono, per organizzare le cose, dal 28 Agosto al 1° Settembre.

Il Guelfi consigliò la fuga in Liguria, facendo prima tappa nella sua casa nella piana di Scarlino.
La zona era però abbastanza pericolosa: Serafini partì all'alba del 29 Agosto verso Massa Marittima, per cercare aiuti per organizzare il trasporto: cercò i fratelli Lapini e il follonichese Pietro Gaggioli, detto Giccamo.
I fuggitivi ripresero il viaggio il primo settembre, verso Castelnuovo, arrivando poi nella piana di Massa Marittima. Giccamo intanto era andato a Piombino e poi all'Elba per rintracciare Paolo Azzarini e convincerlo a fargli usare il suo peschereccio per la bisogna; il tutto sviando i rilasci di permessi ufficiali, necessari per gli spostamenti, perché noto e stimato fornitori di braci per i carceri elbani di Portolongone e Portoferraio.
La partenza era fissata la mattina del 2 Settembre, a Cala Martina, ritenuta attracco sicuro; il generale ed il capitano Leggero ebbero modo di riposarsi un po' e di mangiare una zuppa a Casa Guelfi (noi della zona lo chiamiamo Palazzo Guelfi, è una costruzione quadrata, proprio accanto alla 'vecchia' strada Aurelia, in prossimità del bivio per Scarlino).


Dormite poche ore, alle quattro del mattino Garibaldi fu svegliato (c'è qui un curioso episodio: un giovane ungherese, disertore dell'esercito austriaco aveva trovato riparo da qualche mese nelle campagne maremmane; nonostante la gran segretezza dei movimenti dei patrioti, era evidentemente venuto a sapere della presenza di Garibaldi e della sua fuga e si era presentato, senza saper parlare una parola di italiano, a chiedere, a gesti più che altro, di essere portato anche lui in salvo. Visti i rischi del viaggio e le ristrettezze in cui si sarebbero trovati tutti per la piccolezza del peschereccio dell'Azzarini fu però lasciato a terra).
Presero a piedi, come fossero un gruppo di cacciatori che si dirigevano ad una battuta, e raggiunsero, passando per la piana di Scarlino, la strada della Collacchia per poi, attraverso un'ardua discesa, arrivare sul mare, a Cala Martina.
Si noti che all'epoca c'erano nella zona torri di guardia armate di cannoni e truppe di cavalleggeri in pattuglia (i Cavalleggeri Guardiacoste) e quindi gli ultimi tratti della fuga furono particolarmente rischiosi.
Il peschereccio arrivò verso le 10 ed il generale poté prendere il largo, era il 2 Settembre 1849. Il 7 Settembre sarebbe partito da Genova per New York.
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Le notizie sono state riprese dal libriccino che Guelfo Guelfi scrisse e pubblicò 35 anni dopo i fatti, per onorare il padre e per raccogliere fondi per la costruzione di un monumento a Garibaldi a Cala Martina.


Le foto di Casa Serafini e di Casa Guelfi sono tratte dal sito: 1849: da Roma a New York - I luoghi di Garibaldi.

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Aggiornamento del 22/04/08

Il libro di Guelfo Guelfi, che ho scannerizzato, si può scaricare da Scribd, qui. Basta selezionare Download e poi cliccare su PDF.

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Aggiornamento del 13/01/09

Il libro si può scaricare anche dal sito di
LiberLiber.

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Aggiornamento del giugno 2012

E poi del libro si è impossessata Amazon. Vedi QUI.

 
 


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